In inglese si scrive “downshifting”, in francese “décroissance sereine” e in italiano si pronuncia “decrescita felice”, ma il concetto non cambia.

La decrescita è una rivoluzione pacifica che trova origine nel paradosso dell’economia moderna per poi sconfinare nell’ambito filosofico. Il paradosso dell’economia moderna è alquanto semplice: siamo tutti proiettati in una crescita infinita pur essendo ben consci che le risorse di questo pianeta non sono affatto infinite (anzi, oserei dire che sono finite). Il nostro pianeta è in crisi e noi non stiamo facendo nulla per salvarlo ma stiamo continuando a premere sull’accelleratore.

Ecco allora il senso della decrescita, ecco il senso del downshifting (che tradotto significa “scalare marcia). Dobbiamo rallentare, dobbiamo attuare una decrescita, una decrescita serena e felice.

Alla base del concetto di decrescita ci sono le otto “erre”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.

Al di là degli aspetti teorici e filosofici che a volte possono sembrare inafferrabili, ognuno di noi ogni giorno si imbatte nelle assurdità dell’era moderna. La mia generazione è talmente assuefatta dal consumismo che non riflette nemmeno sui gesti quotidiani. Siamo abituati ad accendere lampadine anche in pieno giorno, anche solo per pigrizia di non spalancare una finestra. Siamo abituati ad acquistare un prodotto nuovo anziché cercare di capire se quello guasto sia riparabile. Siamo abituati a generare una quantità di rifiuti impressionante, lavandoci la coscienza con gli adempimenti della differenziata e con il pagamento della tassa di smaltimento. Siamo abituati ad acquistare beni che vengono definiti “usa e getta” ma non ci stupiamo che siano fatti di materiali non biodegradabili. Siamo abituati a non avere tempo e ci orientiamo sulle cose “fast” – ne siamo circondati: fast food, fast pay, fast track, fast boarding, e così via – senza nemmeno accorgerci di quanto siano inutili e dannose. Mi spiegate che senso ha pagare un sovrapprezzo per salire sull’aereo prima degli altri se tanto poi si parte tutti insieme? È come se ci fossimo abituati a non pensare.

Attenzione però a non travisare il significato insito alla decrescita. Decrescita non vuol dire rinunciare a determinate cose per ragioni filosofiche. La decrescita non si identifica con la rinuncia, altrimenti significherebbe dare valore a ciò a cui stiamo rinunciando. È piuttosto un rifiuto cosciente di ciò che non ci serve veramente. È la consapevolezza di poter sostituire i beni in vendita con beni autoprodotti. È la riscoperta delle ricchezze locali, ben lontane dai super-iper-mega-centricommerciali. E tanto altro ancora.

Non sono un estremista, non lo sono mai stato. E nemmeno il concetto di decrescita tende all’estremismo. Non è il rifiuto assoluto alla produzione dei beni. Anzi, ben vengano lo studio e lo sviluppo delle innovazioni tecnologiche, purchè finalizzate al risparmio energetico, all’ottimizzazione delle risorse, alla riduzione dell’inquinamento.

Una volta afferrato il concetto di decrescita su scala globale, proviamo ora a tradurlo su scala locale, o meglio personale. Che cosa possiamo fare nel nostro piccolo per attuare una decrescita felice? Vi indico qui di seguito alcuni, tra i tanti, modi per poter attuare nel quotidiano di ognuno di noi piccoli gesti di decrescita.

L’autoproduzione

Tutto è in vendita, tutto si può comprare. Lavoro, guadagno, pago, pretendo. Questo circolo vizioso ci ha distratti per molti anni dalla possibilità che ognuno (ognuno!!) di noi ha di auto prodursi dei beni di consumo. L’esempio più banale? Il pane. “ah ma io non sono bravo in cucina, e poi non ho gli attrezzi giusti, e poi non ho il tempo di star lì ad aspettare, e poi bla bla bla”. Balle. Fare il pane è una cosa semplicissima che ognuno di noi può fare. Basta volerlo. E come il pane, molti altri beni che utilizziamo quasi quotidianamente come, ad esempio, il dado vegetale, il minestrone, ecc ecc. “Ma bisogna avere un orto!!” mi obbietterete voi. Certo, l’ideale sarebbe avere un piccolo pezzo di terra da coltivare. Ma una valida alternativa è anche quella di recarsi da uno dei tanti (e vi assicuro che sono tanti) piccoli agricoltori che ci circondano ed acquistare prodotti di stagione a chilometro zero. Sappiate che è possibile farlo anche nelle grandi città. Non ci credete? Provate a dare una sbirciatina al blog di Paola Maugeri. Lei vive a Milano, eppure…

La riduzione dei rifiuti

“È finito, lo butto”. Quante volte lo facciamo. Lo facciamo come automi. Senza nemmeno pensare a cosa stiamo buttando via. Non sono un accumulatore seriale e, anzi, le situazioni da “sepolti in casa” mi provocano molta ansia. Ma credo davvero che il riciclo sia un’arte. La capacità di vedere una nuova vita in un prodotto di rifiuto, secondo me, è un’espressione di grande creatività. E anche in questi casi gli esempi si sprecano. Bottiglie di plastica, scatole delle scarpe, vecchie camice, tappi di ogni genere, collant, barattoli del caffè, e chi più ne ha più ne metta. Tutti oggetti che possono (e devono) trovare una nuova ricollocazione ed un nuovo utilizzo, anziché essere gettati meccanicamente nella spazzatura.

Il risparmio energetico

Ci sono molti modi per sperimentare un risparmio energetico responsabile. Si può partire da un utilizzo razionale delle risorse energetiche (ossia, solo quando davvero indispensabile), per giungere poi all’utilizzo di innovazioni tecnologiche che ci consentono di sfruttare le risorse energetiche che il nostro pianeta ci mette a disposizione gratuitamente. Ho visto giardini illuminati meglio della pista di atterraggio di Malpensa, tramite un impianto collegato alla normale rete elettrica. E mi chiedo: perché non sfruttare l’energia solare? È lì, il Sole la regala tutti indistintamente. Perché? Perché è più semplice accendere un interruttore che accendere il cervello. Ecco perché. E non ci si può nemmeno aggrappare ad una questione economica. Gli apparecchi a energia solare oggi sono alla portata di tutti. Non ci sono davvero scuse. E questo è solo uno dei molti esempi. Pensiamo alla coibentazione delle case per far diminuire il consumo di prodotti per il riscaldamento o per il raffrescamento.

G.A.S.

Che cos’è un G.A.S.? Un Gruppo di Acquisto Solidale è come un grande centro commerciale, ma solo con gli aspetti positivi. Immaginate di entrare in un grande centro commerciale e di trovare un vostro amico dietro al bancone della frutta e verdura. È un vostro amico e non cercherà mai di vendervi i carciofi ad agosto o le ciliege a novembre. Vi darà soltanto frutta e verdura di stagione prodotta dai coltivatori locali. E lo stesso accadrà per tutti gli altri generi alimentari o beni di consumo. Il G.A.S. cerca di ridare una dignità ai produttori, dignità che ormai è andata persa per colpa delle regole della grande distribuzione. Al giorno d’oggi i produttori sono costretti a vendere i propri prodotti alla grande distribuzione a prezzi sempre più bassi. Provate a pensare a che ripercussione questa continua discesa dei prezzi può avere anche sulle vite dei dipendenti di quel produttore. A questo punto al produttore non resta altro che mettere da parte la qualità in favore della quantità. Lo scopo del G.A.S. è quello di rivolgersi a quel produttore proponendogli di saltare tutta la filiera senza abbassare il prezzo del prodotto chiedendogli in cambio di investire in qualità, di utilizzare metodi di coltivazione biologica, di restituire la dignità ai propri lavoratori. Dall’altra parte anche i partecipanti al G.A.S. ci devono mettere il loro impegno. Devono smettere di aspettarsi lunghi scaffali colmi di prodotti di ogni genere, ma devono imparare a compiere acquisti responsabili.

Lavoro

Su questo argomento si sono scritti numerosi trattati e sono state spese davvero molte parole. C’è chi ha dedicato un intero blog su questo argomento. In queste poche righe mi limiterò a ripetere l’assurdità della schiavitù a cui ci stiamo sottoponendo. Ci siamo ridotti a lavorare moltissime ore al giorno per il miraggio di un denaro che difficilmente avremo il tempo di spendere e se troveremo il tempo lo spenderemo per cose inutili. Non sono per il fancazzismo ad oltranza, intendiamoci. Ma credo fermamente nella libertà di ogni individuo. Libertà di poter dedicare il proprio tempo a ciò che più si ama. Non abbiamo bisogno di tanto denaro per essere felici. Per essere felici abbiamo però bisogno di tempo. Tempo da dedicare alle persone a noi care e alle nostre passioni. Tempo da dedicare alla decrescita felice. Lavorare di meno è possibile, basta capire che si può spendere di meno rinunciando semplicemente al superfluo. Nessuno vi dirà che tutto questo è facile. Ma cosa lo è veramente?

Collaborazioni

Competere meno e collaborare di più. Nel momento in cui avremo compreso che il lavoro finalizzato all’accumulo di denaro non ha senso, allora saremo più orientati alla collaborazione anziché alla competizione. Saremo più propensi alla condivisione anziché alla prevaricazione.

Questi sono solo alcuni esempi di come possiamo mettere in atto una decrescita nel nostro mondo quotidiano. Una volta riacquisita la consapevolezza di noi stessi e di ciò che ci circonda, il movimento diventerà inarrestabile. Solo un pazzo non vorrebbe essere felice.

La decrescita felice è un movimento possibile.





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