È nei periodi di profonda crisi, sicuramente economica ma anche (e forse soprattutto) spirituale, che le persone si arrovellano su come cambiare la propria vita migliorandola. Ognuno vorrebbe trovare il modo per vivere una vita migliore e per essere più felice. Ma che cosa significa vivere una vita migliore? E, quando una persona è veramente felice?

Quando vivevo in una grande città avevo l’abitudine (e come me, evidentemente, moltissime altre persone) di spendere un po’ del mio tempo libero, una volta uscito dall’ufficio, per fare “l’aperitivo”. L’aperitivo non era nient’altro che un momento di convivialità durante il quale, grazie al coraggio liquido fornito dall’alcol, ognuno dava sfogo alle proprie frustrazioni lavorative e raccontava il proprio sogno di evasione, un viaggio verso un mondo migliore. Le mete preferite erano dalle più classiche “mollo tutto e apro un baretto su una spiaggia messicana” alle più fantasiose “vado a fare l’agente immobiliare a Bali… lì lavori poco, guadagni tanto e vivi in un paradiso”.

E si passava il tempo a raccontare di gente “che ce l’aveva fatta”. Ognuno di noi però il mattino successivo si ritrovava alla stessa ora, nello stesso posto, a fare la stessa cosa del giorno precedente. E questo ciclo si poteva ripetere all’infinito. Per quanto mi riguarda si è ripetuto per molti anni, senza che mi fossi mai accorto dell’assurdità di quella scena patetica.

Oggi però non vorrei parlarvi di me. Vorrei parlarvi di una persona che ha interrotto quel ciclo e che ha deciso davvero di costruirsi un mondo migliore, di essere felice. Girovagando in internet si posso trovare altri esempi di persone che “ce l’hanno fatta”, esempi anche illustri. Io però vorrei parlarvi di questa persona perché la conosco, la conosco bene, è qui accanto a me.

Alessandra è una ragazza che come molti di noi, dopo aver affrontato il proprio percorso di istruzione, si è buttata a capofitto nella ricerca di un lavoro che le permettesse di applicare tutte le nozioni apprese e di esprimere tutta la sua bravura e creatività. Questa aspirazione romantica e idealista è stata ben presto affiancata da quella ben più pratica e realista della ricerca del “posto fisso”, di quell’unicorno alato chiamato “contratto a tempo indeterminato”. Alessandra ha coraggiosamente affrontato il lungo viaggio superando, non senza fatica, le numerose prove a ostacoli chiamate “stage”, “intership”, “contratto di apprendistato”, “contratto a progetto”, “contratto a tempo determinato”, il tutto ovviamente ben intervallato da continui rimbalzi in realtà parallele chiamate “agenzie interinali”. Alessandra ha superato tutte queste prove e finalmente, come in ogni videogame che si rispetti, è giunta al capitolo finale, l’ultimo livello. Ha affrontato il mostro, lo ha sconfitto ed ha avuto la sua ricompensa. Il contratto a tempo indeterminato.

Che gioia!!! Che meraviglia!!!!!!! Finalmente Alessandra non dovrà più preoccuparsi di nulla. Avrà la fortuna di una retribuzione fissa e garantita, il beneficio di un orario fisso per potersi organizzare la propria vita, il privilegio di potersi ammalare senza rischiare di non vedersi rinnovare il contratto, l’aurea concessione di poter scegliere di diventare madre senza per forza perdere il posto di lavoro. Accidenti, è stata dura ma ne è valsa la pena. Al giorno d’oggi non si sente parlare d’altro se non di disoccupazione e Alessandra deve ritenersi una persona davvero fortunata, una persona “arrivata”. Ricordo bene la sua soddisfazione, era al settimo cielo. Il giorno successivo Alessandra si presenta puntualissima alla sua solita scrivania, la solita del “contratto a progetto”, la solita del “contratto a tempo determinato”, con lo stesso spirito con cui ci si presenta il primo giorno di scuola della prima media. In prima media si è diventati grandi, adesso inizia la scuola “vera”. Ben presto però Alessandra si rende conto che non è cambiato nulla. Il privilegio di potersi ammalare in realtà è una mera leggenda. Si ritrova a dover rispondere a telefonate di lavoro e a partecipare a call conference mentre si trova a letto con 39 di febbre. Il pc portatile diventa il suo cuscino, sempre a portata di mano. Le chiamate del datore di lavoro non sono mai per un “come stai?” ma piuttosto per un “sei a casa già da due giorni, quando pensi di rientrare??”. A poco a poco la giornata lavorativa si allunga sempre di più. Quello che all’inizio sembrava un privilegio (il fatto di non dover timbrare) alla fine si rivelava solamente un bieco mezzuccio per non retribuire le ore supplementari. L’orario della cena si sposta sempre più in là. La vedevo arrivare distrutta, con gli occhi spenti. Passava il tempo della cena a inveire contro il datore di lavoro, i fornitori, i clienti. Non c’era quasi più spazio per raccontarci frivolezze o per assaporare un buon pasto. Quello che c’era nel piatto era abbastanza ininfluente.

I week end erano diventati l’unico momento per recuperare le forze necessarie per affrontare la settimana lavorativa. Come? Dormendo. Ma anche il sonno non era più riposante ma solo fonte di incubi legati al lavoro. 
Oppure spendendo i soldi guadagnati al lavoro per acquistare dei surrogati di felicità che dessero un senso a tutta quella fatica.

Alla fine Alessandra ha scoperto di odiare il proprio mondo, ha scoperto di essere infelice. E alla fine anche Alessandra si è ritrovata a porsi la fatidica domanda “come posso migliorare la mia vita? Come posso essere felice?”. Questa domanda ce la facciamo tutti, ma solo pochi di noi hanno il coraggio di darsi una risposta. Parlo di coraggio e non di incoscienza perché credo davvero che ci voglia coraggio per scegliere la libertà e abbandonare la schiavitù. Chi sceglie la libertà si ritrova solo e la solitudine fa paura. Ci vuole una grande forza interiore per affrontare la solitudine, quel senso di vuoto che si crea intorno a noi. La paura è talmente paralizzante che trovare una risposta alla domanda “E ora che faccio?” sembra impossibile. Alessandra ha avuto questo coraggio. Per carità non è stato un colpo di testa ma è stata una decisione maturata nel tempo. Ma non sono passati decenni. Giusto il tempo per capire, per interiorizzare e per pronunciare la frase “Io voglio essere felice”.

Alessandra ha sempre avuto mille interessi extra-lavorativi, ma ultimamente non aveva più il tempo per coltivarli. Era arrivato il tempo di trovare il tempo. Alessandra ha avuto il coraggio per presentarsi al lavoro e dare le proprie dimissioni di fronte ad una platea di colleghi sbigottiti che non riuscivano a capacitarsi del fatto che non lo stesse facendo per poter andare in un altro posto di lavoro. Come se fossimo scimmiette, che non mollano un ramo se non ne hanno afferrato già un altro.

Alessandra ha iniziato il suo viaggio, un viaggio verso una vita migliore, un viaggio per essere felici.





Questo sito utilizza cookies per migliorare l'esperienza di navigazione. Proseguendo con la navigazione acconsenti al loro utilizzo. Informativa estesaAccetto