Lo yoga è la pratica del tollerare le conseguenze di essere se stessi.

Nella mia totale e sconfinata ignoranza e incapacità di trovare una definizione corretta, adeguata ed esaustiva di cosa sia lo Yoga, sono incappata un paio di giorni fa in una frase della Bhagavad Gita che mi ha molto colpita: "Lo yoga è la pratica del tollerare le conseguenze di essere se stessi". Più pratico, più insegno e più mi rendo conto di quanto questa frase racconti la realtà. Non so se capita anche ad altri insegnanti, ma durante le lezioni sono sempre più spesso costretta a ricordare agli allievi che non dovrebbero affrontare l'asana come una sfida, che non dovrebbero fare paragoni tra loro e gli altri (e nemmeno con l'insegnante) e che dovrebbero cercare di concentrarsi solo ed esclusivamente su se stessi e sulle proprie possibilità.

Questa raccomandazione, ripetuta allo sfinimento, sortisce purtroppo scarsi – o a volte nulli – effetti. E fa niente se faccio vedere delle varianti di quasi ogni asana, spiegando e ricordando che non è necessario fare la versione più “avanzata”, che bisogna rispettare i propri limiti e procedere per step. Sono parole buttate al vento.
L'albero lo vogliono fare tutti con il piede appoggiato sull'interno coscia, il cobra “piccolo” non se ne parla nemmeno, Janu Sirsana guai se non arrivo con la testa al ginocchio. Conseguenze? Gente che perde l'equilibrio mille volte (e spreca così tutto il tempo che potrebbe invece dedicare al respiro), altri che si trovano in posture super scomode, con il collo incassato nelle spalle, oppure che si portano il mento al petto nella convinzione che così si stanno allungando verso il ginocchio.
Sono i momenti in cui faccio più fatica a rimanere “yogica” (come un bravo insegnante yoga dovrebbe essere – ma io evidentemente non sono brava) e in cui maledico la presenza degli specchi in sala, ma non solo di quelli. Potessi, metterei delle bende sugli occhi a tutti e forse – dico forse – così riuscirebbero a smettere di essere competitivi (verso gli altri e verso se stessi) e inizierebbero semplicemente ad “ascoltarsi”.

Certo, a quel punto inizierebbe la parte veramente difficile. Perché accettare di non riuscire ad entrare in un'asana, o di non riuscire ad eseguirla come la compagna o l'insegnante, è dura. Interpretare correttamente i segnali del proprio corpo, isolando per qualche istante il voracissimo senso della vista – che vorrebbe l'attenzione tutta per sé – e lasciare che l'asana venga come può venire (e non come vorremmo che venisse) è difficilissimo.
Ma non è proprio (o anche) questo quello che differenzia lo Yoga da una qualsiasi altra lezione di fitness? Yoga non dovrebbe essere “quello che si impara nella discesa” cercando di toccarsi i piedi con le dita (senza magari arrivarci mai)?
Mi rendo conto che il confine è estremamente sottile, ma davvero bisognerebbe sforzarsi di trovare la via di mezzo tra “non sto facendo niente” e “sto facendo troppo”, come disse Maurizio Galli in uno dei week-end di formazione in Hari-Om. Io quella frase l'ho fatta mia e non mi stanco mai di ripeterla ai miei allievi. Solo che evidentemente non basta. Oppure sono troppo presuntuosa, visto che spero – con poco successo - di venire presa alla lettera.

D'altra parte, se la frase che ho citato all'inizio è vera – come penso che sia – imparare a tollerare le conseguenze di essere se stessi è difficilissimo e richiede una grande forza. In questo senso ognuno di noi combatte tutti i giorni la sua personale “battaglia”, anche e soprattutto lontano dal tappetino.
E allora forse non mi resta che affidarmi a Seneca, dando il buon esempio: proverò a “tollerare ciò che accade come se avessi voluto che accadesse”. Lascerò quindi che gli allievi si incaponiscano alla ricerca dell'asana “perfetta”, sperando che imparino lo stesso qualcosa strada facendo.




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