Forse non tutti sanno che molte fra le più grandi e riconosciute organizzazioni ambientaliste non parlano volutamente dell’impatto della produzione di carne sull’ambiente.

Cowspiracy è sicuramente il documentario più interessante e stimolante che io abbia visto in quest’ultimo periodo. Si tratta di un reportage controcorrente, irriverente e indipendente. Non guarda in faccia a nessuno, nemmeno alle grandi e famose organizzazioni (Greenpeace in prima fila) che dichiarano di battersi per il bene del pianeta. Sì perché forse non tutti sanno che molte fra le più grandi e riconosciute organizzazioni ambientaliste non parlano volutamente dell’impatto della produzione di carne sull’ambiente. E’ proprio da questo punto che gli autori hanno fatto iniziare la loro ricerca: “Perché io, ecologista compulsivo, che ha seguito ciecamente Al GoreGreen PeaceOceana e tante altre associazioni e realtà, non vedo nessuno di loro parlare di un problema reale, una questione che emerge dai dati della FAO e di moltissime altre grandi organizzazioni mondiali?”. Il motivo è semplice, o meglio, antico: soldi.

La bontà di questo documentario sta anche nel fatto che tutti i dati e le informazioni riportate sono disponibili su internet: fonti, info grafiche, clip video. C’è tutto. Ma se quando si leggono le cifre non sempre si comprende, sono le parole realmente preoccupate dei protagonisti del documentario e il silenzio colpevole di tutti quelli che non hanno accettato la videocamera dei due registi a spaventare. Il 51% delle emissioni mondiali di gas responsabili dell’effetto serra arrivano dall’allevamento del bestiame e dei loro sottoprodotti, 1/3 dell’acqua del pianeta viene utilizzata per la produzione di carne, 110 specie di animali ed insetti si estinguono ogni giorno a causa della deforestazione per far spazio alle coltivazioni di mais, grano e soia per nutrire gli animali da allevamento.

Il paradosso è che non è possibile produrre abbastanza carne per la richiesta mondiale che viene prevista in relazione all’aumento della popolazione e dei nuovi usi alimentari del mondo in via di sviluppo. Volendo aggiungere un paradosso al paradosso: non esiste abbastanza terra per poter creare campi da coltivare per sfamare i miliardi di animali da allevamento che ogni giorno vengono rinchiusi e uccisi per poter creare carne, con un tasso di conversione spesa/risultato che sarebbe contro a qualsiasi logica produttiva, ma che è funzionale alle grandi aziende. Noi potremmo produrre cibo per 15 miliardi di persone, eppure con questo sistema la fame è ancora una delle prime cause di morte nel mondo.

Nessun amante del pianeta e della natura che possa definirsi tale può continuare a mangiare carne o pesce: come detto sopra, non esistono carne e pesce sostenibili perché i tassi di conversione, anche nelle piccole/medie fattorie, come mostra il documentario, sono assolutamente squilibrati. Gli oceani sono, poi, diventati la prima e più grave emergenza: 90 milioni di tonnellate di pesce vengono pescate ogni giorno nel mondo e per ogni mezzo chilo di pesce pescato, 2 kg circa di specie marine selvatiche e non destinate al commercio vengono catturate e uccise nelle reti.

Attraverso interviste ad esperti e produttori virtuosi, gli autori vanno alla ricerca del segreto della sostenibilità, per cercare di scoprire se siano davvero percorribili nel lungo termine le alternative all’attuale sistema industrializzato di sfruttamento degli animali. Un percorso accidentato, con molte porte sbattute in faccia, minacce velate e momenti a tratti drammatici, come quando si scopre che la principale causa di deforestazione dell’Amazzonia è la creazione di nuovi pascoli e campi di soia per produrre mangimi e che in Brasile oltre 1.100 attivisti negli ultimi anni hanno pagato con la vita la loro battaglia contro questo scempio.

Anche in questo caso mi sento di spronare ognuno di voi ad avere il coraggio di guardare con attenzione e spirito critico questa inchiesta e a non ignorarne gli spunti di riflessione.





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