"Untitled", Emanuela Genesio, inchiostro di china

Sedere è essenzialmente uno spazio semplificato, la vita quotidiana è un incessante muoversi.

È Charlotte Joko Beck a dirlo, in un libro che riporta una voce diretta, senza decori, in un netto bianco e nero dal sapore pienamente zen.
Zen quotidiano è il libro meno libro che io abbia letto finora. Forse è per questo che non sono ancora arrivata all’ultima pagina, pur maneggiandolo da più anni. Un libro che nega la propria scrittura rispettandola, facendola sparire nell’attimo seguente alla lettura.

Per chi, come me, ama l’arte e si muove essenzialmente tramite essa, questo fatto è duro quanto la pietra. Trovare un modo di creare ed essere altrettanto primitivo, necessario, refrattario ai simboli, autosufficiente è difficile.
“Sedere è essenzialmente uno spazio semplificato”, afferma Joko Beck, “la vita quotidiana è un incessante muoversi”. La pratica, intesa come meditazione, è uno spazio privilegiato. Guardiamo spesso fuori, e fuori tutto si muove, noi compresi. La meditazione è stare con ciò che c’è, la propria persona, compreso il proprio vuoto, compreso il niente. È una concessione che l’uomo può scegliere di regalarsi, economica, leggera, potenzialmente sconvolgente.
La meditazione è già l’atteggiamento di serendipità cosciente con cui ci si siede, con cui si cammina. L’esperire del nostro ordinario si giustifica e svanisce quando siamo a contatto con il non fare, così come con le scelte più ordinarie del vivere. Perciò la pratica è “tremendamente difficile”: denuda. Ci spoglia degli orpelli, ci priva di filtri, ci porta alla pietra. Quella pietra che si incontra quando si scava senza perdere di vista la superficie. Quella pietra che è la superficie. Richard Long, e quegli artisti che negli anni sessanta hanno fatto dell’essere nello spazio del reale il focus della creazione, dice: “mi piace l’arte semplice, pratica, emotiva, calma, vigorosa. Mi piace la semplicità del camminare, la semplicità delle pietre”.

E allora mi viene in mente l’ultimo romanzo che ho letto e finito, scritto da una giovane musicista giapponese. Un libro imperfetto, a tratti poco incisivo, ma che racchiude una frase ricca e nitida. Una frase che rammenta perché l’arte, come la meditazione, sia uno dei mezzi più giusti per spingersi nella realtà delle cose: “uno stile di una limpidità luminosa e quieta, carico di nostalgia; uno stile che paia dolce, fino a un certo punto, ma sia invece pieno di severità e profondità; uno stile bello come il sogno, ma certo come la realtà" (Miyashita Natsu, Un bosco di pecore e acciaio).




Questo sito utilizza cookies per migliorare l'esperienza di navigazione. Proseguendo con la navigazione acconsenti al loro utilizzo. Informativa estesaAccetto