Esiste una parte di esseri umani, per fortuna piccolissima, a cui lo yoga fa davvero male e che forse dovrebbe dedicarsi ad altro.

Adoro osservare gli esseri umani interagire in un ambiente a loro non comune.
Adoro osservare le dinamiche e le energie che si sviluppano tra gli ospiti di lunga o meno lunga permanenza, le amicizie, l’amorevolezza e lo spirito di protezione reciproca che nascono tra la maggior parte di essi/e.

Studenti che trovano connessioni, punti in comune tra loro e che vivono il momento presente, condividendo emozioni in modo sincero, rispettando sé stesse e conseguentemente l’ambiente circostante. Sono le persone che si ha sempre piacere di rivedere, quelle che non se la tirano, che non hanno paura di mostrare la propria fragilità, vere, talmente vere che è impossibile non amarle. Sono le persone grate di ciò che fanno, di ciò che sono e di ciò che ricevono. Inevitabilmente, sono le persone che si “trovano” e quando questo accade, l’ambiente si permea della loro presenza nel modo più naturale e puro che esiste.

Ma esiste anche un’altra porzione, per fortuna piccolissima, a cui lo yoga fa davvero male e che forse dovrebbe dedicarsi ad altro. Mi riferisco a quelle persone che si lamentano di tutto, dal cibo all’intensità delle lezioni, al caldo, alle zanzare, alla vicina di letto, all’acqua troppo fredda o calda. Quelle che parlano sopra gli altri, quelle di “mi serve subito, ora, adesso”, che urlano invece di parlare, quelle che sanno tutto ma hanno un vocabolario che non include le parole per piacere e grazie.

Mentre il primo gruppo è ciò che forse dovrebbe essere la normalità in questo ambiente di “compassione, illuminazione, condivisione”, il secondo ti insegna a non dare mai nulla per scontato, a mantenere la mente elastica e a metterti alla prova nel non giudicare.

Chi ringraziare?




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